
Non è la prima e a questo punto siamo abituati a pensare che potrebbe non essere l’ultima: la volta che ci sembra di avere toccato un fondo irraggiungibile in qualsiasi paese civile quanto a disprezzo delle istituzioni e degrado della vita pubblica. La storia del Presidente del Consiglio che telefona alla questura di Milano per ottenere la scarcerazione di una delle minorenni che frequentano i suoi palazzi inventando una parentela improbabile con un capo di stato straniero è solo l’ultimo condensato delle depravazioni a cui Berlusconi ci ha abituato. Il fatto che anche quell’avvenimento sia stato metabolizzato nel giro di un paio di settimane è un ulteriore segno della debilitazione di tutti gli anticorpi di cui una democrazia normalmente dispone a cui ci ha esposto l’ultimo “ventennio”: con l’uso spregiudicato del potere di governo, dei soldi e dei media che induce alcuni a non vedere, altri all’assuefazione, altri ad un senso rabbioso di impotenza.
Per uscirne, non basterà reiterare estemporanei appelli alla resistenza civile. Serve una sapiente, robusta, realistica strategia culturale e politica, che cammini sulle gambe di leader credibili. Pensare che il superamento del berlusconismo passi attraverso una comoda combinazione di agende e rubriche, di qualche accordo siglato negli uffici di Montecitorio, smontando nel frattempo le primarie e il bipolarismo, è segno di ingenuità o di un coraggio insufficiente allo scopo. Per quanto grande possa essere l'anomalia democratica che Berlusconi ha incarnato, non verrà superata da un nuovo CLN ma solo con i mezzi della democrazia bipolare dell'alternanza, sapendo che non tutti quelli che oggi sono fuori dal governo hanno lo stesso obiettivo.
Quanti hanno pensato che sarebbero state le sciabolate di Gianfranco Fini a trasformare il declino dell'immagine pubblica di Berlusconi nella sua uscita di scena si sono dovuti o si dovranno ricredere. Non tanto per la mancanza dei numeri, scippati in modi che a Berlusconi sono notoriamente congeniali, ma perché Fini non poteva avere come meta che sfidare Berlusconi dentro il centrodestra, non avendo tuttavia la forza per farlo. Chi abbia un minimo di senso della politica capisce che Fini oggi può solo logorare Berlusconi, al massimo trovare un modo per sopravvivergli, ma non è in condizione di sostituirlo né potrà mai essere un alleato del centrosinistra. L'imbarazzante autodifesa dall'accusa di tradimento in cui Italo Bocchino si è esibito alla Camera ne è la dimostrazione: per rigettare quell'accusa sui suoi ex commilitoni ha fatto risalire la coerenza che segna la storia politica dei "fedeli a Fini" al Fronte della Gioventù degli anni settanta. Chi pensa insomma che Fini possa risolvere le debolezze del centrosinistra dimostra solo una disperata e disperante confusione.
Allo stesso modo è chiara la legittima strategia dell'Udc di Casini. Assumere la leadership del centrodestra o rientrarvi in una posizione meno subalterna rispetto a quella del 2007. In alternativa: diventare il motore immobile di un sistema che, grazie al ritorno della proporzionale, consenta ai centristi di spostarsi, anche in corso di legislatura, da un polo all'altro. Ma oggi sono molto più potenti le forze che spingono nella prima di quelle che spingono nella seconda direzione. Il logoramento, anche fisico, di Berlusconi è evidente. La fiducia nei suoi confronti come Presidente del Consiglio (sondaggio IPR-marketing per Repubblica) è passata nel corso del 2010 dal 48% al 35, quella nel suo governo dal 40 al 24. Ma diversi ministri (Sacconi, Alfano, Maroni, Tremonti) continuano invece ad avere indici di gradimento pubblico considerevoli (tra il 50 e il 60%). Berlusconi è logorato, ma non la sua maggioranza, che si ristrutturerà o si sta ristrutturando. E quindi Casini ha un chiaro interesse, accanto a fortissime pressioni di diversi ambienti, a dimostrarsi oggi "responsabile" per tornare domani a pieno titolo nell'alveo del centrodestra.
Se si guarda a sinistra, è impossibile sottovalutare Nichi Vendola e il movimento di opinione che è in grado di suscitare, ben oltre i confini a cui si era ridotta la sinistra neo-comunista. Si può fare finta che non esista solo perché non controlla seggi parlamentari? Anche lui ha un suo disegno non lineare. Oggi esalta le primarie, la quintessenza del partito "aperto e a vocazione maggioritaria" nato nel solco dell'Ulivo e disegnato al Lingotto. Ma è pronto ad usarle per ricostruire a fianco del PD un "partito di sinistra", se non a trasformare il PD in quella "cosa". Lo ha reso evidente con la consueta onestà intellettuale Gennaro Migliore in un seminario di Democratica che si è tenuto il 26 novembre. Anche la strategia di Vendola, si intende, è pienamente legittima ed è pure connotata da una cifra morale apprezzabile. Ma sotto le vesti del radicalismo gentile e di un lessico attraente, rischia di far fare vistosi passi indietro alla cultura riformista dei democratici.
Ciò detto, con tutta la buona volontà, non si capisce quale sia la strategia di Bersani. L'alleanza con Vendola e le primarie? L'accordo con Casini in cambio della proporzionale? Il "doppio cerchio"? Il "nuovo Ulivo"? Una alleanza resistenziale con il "terzo polo" di Fini, Rutelli e Casini? Non c'è il rischio che a forza di guardare a destra e a sinistra prima o poi si vada a sbattere contro un lampione e si rimanga suonati?
In questo stato confusionale, capita anche che si pensi di poter far calare la febbre abolendo il termometro. Mentre la mancanza di un disegno comprensibile e una leadership confusa fanno perdere al PD primarie a ripetizione, la soluzione viene indicata in un ennesimo aggiustamento delle regole. Ma di modifiche alle regole delle primarie la Commissione Nazionale Statuto del PD, presieduta dal capo della segreteria di Bersani, ha discusso meno di sei mesi fa! E, dopo aver esaminato proposte che le avrebbero azzerate, frutto secondo i presentatori di un "errore di battitura", ha concluso all'unanimità su correzioni marginali rispetto al disegno originario, poi definitivamente approvate dall'Assemblea Nazionale. Si noti: queste modifiche volute dal capo della segreteria di Bersani servivano proprio a privilegiare le primarie di coalizione rispetto a quelle di partito. Le stesse primarie di coalizione a cui ora si addebitano tutti i mali. Ma è possibile che i sostenitori dell'irrilevanza delle procedure ci vogliano impiccare ad un dibattito infinito sulle regole e ad una periodica "revisione semestrale" degli stessi tre articoli dello statuto?
Non sarebbe invece il caso di chiarire con parole più comprensibili cosa propone il PD agli elettori che dopo averlo votato sono disgustati da Berlusconi? Non sarebbe il caso di riprendere il mestiere per il quale il PD era nato? Non un partito di ex comunisti ed ex democristiani. Non un partito di sinistra. Un partito di democratici, riformista, di centrosinistra, motore e guida di alleanze basate sulla condivisione delle cose da fare per il Paese. Se il PD tornasse a perseguire la sua legittima ambizione potrebbe accettare serenamente la sfida di Vendola, così come potrebbe porre a sua volta Casini di fronte all'alternativa se raccogliere qualche briciola dell'eredità di Berlusconi o contribuire al superamento di questi anni tristi nel quadro di un progetto di profonde riforme per l'Italia. Per questo al PD e al centrosinistra non servono alchimie di palazzo ma serve piuttosto un nuovo Lingotto.



















