I rappresentanti della maggioranza e del governo hanno dimostrato non solo d’essere indisponibili ad una discussione bipartisan sulle regole del gioco, ma hanno addirittura ostentato la loro autosufficienza. Hanno rifiutato il confronto finanche sui dettagli, anche su aspetti in relazione ai quali la loro proposta contraddice quanto da loro stessi sostenuto in premessa.
Ci avevano detto che, pur in presenza di liste bloccate, i cittadini sarebbero stati messi in condizione di valutare la qualità delle candidature proposte dai partiti. Questo sarebbe stato possibile con circoscrizioni piccole e liste corte, stampando i nomi dei candidati sulla scheda, eliminando la possibilità di candidature multiple, impedendo cioè che uno stesso candidato possa essere presente in più circoscrizioni decretando dopo il voto chi viene eletto al suo posto. Il vizio oligarchico delle liste bloccate poteva essere attenuato con una norma premiale verso l’uso delle primarie all’interno dei partiti. Niente di tutto questo è stato preso in considerazione. Il sistema che esce dalla commissione Affari costituzionali è fatto a misura della “deriva nord-coreana” recentemente evocata dal Financial Times. Il modo in cui in commissione è stato trattato un tema così delicato è una riprova della china pericolosa su cui si muove la nostra democrazia. Se il progetto passasse così com’è in aula, gli elettori sarebbero chiamati a votare esclusivamente su simboli di partito e sul nome dei leader. E’ singolare che si sia accodata a questa scelta la Lega Nord, i cui deputati non sono mai intervenuti nella discussione. Come è singolare che si siano accodati sulle candidature multiple anche gli esponenti di An, i quali contro questo metodo hanno addirittura sottoscritto un referendum popolare.






















